Un ricordo.

La macchina è bollente, il corpo metallico non permette un contatto diretto più lungo di poco più di un secondo. Inserisco la chiave nello sportello - il telecomando per l’apertura a distanza ha smesso di funzionare tempo fa, forse non avrei dovuto lavarlo in lavatrice. Apro la portiera. L’aria rovente all’interno dell’automobile mi invade. Una volta lessi su internet il trucco “inventato dai giapponesi” per rinfrescare l’interno di una macchina parcheggiata al sole: si abbassa uno dei due finestrini e si apre e chiude la portiera opposta per due o tre volte, in modo da spingere fuori l’aria calda e far calare la temperatura di un paio di gradi, massimo. Effettuato il trucco, degno del miglior MacGyver emiliano, salgo in macchina. Metto in moto. Si accende l’autoradio. Tolgo il freno a mano. Il bottone metallico è, ovviamente, troppo caldo. Metto in folle, afferro la cintura di sicurezza da dietro il sedile. La parte in plastica dell’anello oscillante è quasi deformata, sto attento a non toccare il gancio metallico. Aggancio il gancio metallico. Metto la prima e parto, rilasciando una nuvola di polvere gialla sulla strada sterrata. Tengo il finestrino abbassato. Non mi è mai piaciuta l’aria condizionata. Né in macchina né in casa. Il cielo è azzurro. Il paesaggio è giallo e verde pallido. Siamo io e la mia Peugeot. 110 mila chilometri insieme.

Amy Winehouse sta cantando “You sent me flying”.

 

Questa è il ricordo che è riaffiorato, per chissà quale motivo, pochi giorni fa, poco prima di addormentarmi. Più che un normale ricordo potrei definirlo un “ricordo archetipico”: non si riferisce ad un aneddoto in particolare, ma piuttosto ad un normale pomeriggio estivo nelle campagne della mia zona di origine che, come il lettore più attento avrà notato, si trova da qualche parte in Emilia Romagna. L’episodio potrebbe riferirsi ad una giornata qualsiasi, anche considerando il fatto che “You sent me flying” è sempre presente in qualsiasi mia playlist, almeno da quattro o cinque anni a questa parte (per chi non la conoscesse, You sent me flying è la seconda traccia dell’album di esordio di Amy Winehouse, Frank, un piccolo capolavoro. Vorrei mettermi in mostra dicendo che ho il vinile, che l’Mp3 “è comodo ma vuoi mettere con il disco”. La verità è che su internet si trovano moltissime versioni live anche meglio della versione studio, quindi, va bene ascoltare musica come si deve ma, come direbbe Novecento “in culo anche il vinile”). 

 

So benissimo che, se questo articolo verrà mai letto da qualcuno, la maggior parte di voi troverà la mia descrizione famigliare e, magari, proverà una sensazione di disagio, di sudore, di appiccicaticcio, di “ma anche no, grazie”. La verità è che io non la penso come voi, maledetti adoratori dell’aria condizionata e delle temperature miti. Io sono nato per stare al caldo, e non dico stare al caldo d’inverno sotto le coperte mentre fuori il ghiaccio ghiaccia le strade. Intendo il caldo estivo torrido, quello che ti fa sudare a stare fermo, l’aria che sfoca gli oggetti in lontananza. Sarà perché sono nato a giugno, poco prima dell’inizio dell’estate. Sarà perché mi piace uscire la sera in pantaloncini corti e maglietta e bere una birra freddissima. Sarà perché mi piace andare al mare. Sarà perché non lo so. È così e basta.

 

Ora, se la mia storia è stata pubblicata in questa sede è perché è una storia che ha a che fare con un viaggio o un trasferimento all’estero. Nel mio caso, si tratta di un trasferimento nell’Inghilterra del nord, avvenuto due anni fa, per motivi principalmente di cuore, nel senso che convivo con una splendida ragazza di origini britanniche conosciuta in Italia. Il problema è ovviamente che, qui, in Inghilterra del nord (attenzione, mi riferisco all’Inghilterra non all’italiana ma all’inglese, quindi quando dico “Inghilterra del nord” non sto parlando dell’isola britannica nella sua interezza, ma solo del “country” che viene politicamente definito “England”), qui in Inghilterra del nord, dicevo, l’estate non esiste. E se è per questo nemmeno la primavera. O meglio, esistono a modo loro. L’estate è una primavera clemente e poco assertiva. La primavera è come l’autunno ma con le foglie sugli alberi e tanti, tanti fiori.

Certo, ci sono le “onde di calore” occasionali. A volte in primavera posso esserci anche 25 gradi e in estate ci sono dei giorni (due o tre all’anno se va bene) dove il termometro arriva a 30. Ma si sa, si tratta di eccezioni.

 

La mia storia d’amore con il sole e con le torride giornate estive emiliano-romagnole è giunta bruscamente al termine due anni fa. E una cosa normale come il salire sulla macchina parcheggiata al sole diventa un ricordo al quale mi aggrappo quando provo nostalgia di casa.

Ho scoperto che il fatto di sentire (a volte eccessivamente) la mancanza del sole e di cieli azzurri ha un nome ben preciso, un nome orribile, che non lascia molto spazio a interpretazioni,  scelto in maniera maldestra dagli psicologi (poi non lamentatevi dei pazienti che si creano le profezie che si autoavverano): SAD, o Seasonal Affective Disorder, o Disordine Affettivo Stagionale, o depressione stagionale, o fate un po’ voi. Ma se la definizione classica definisce il disordine come un “pattern” che colpisce le persone soprattutto nei mesi invernali, quando le giornate sono corte e buie e la mancanza di luce si fa sentire, a me colpisce in primavera e in estate, quando, secondo la mia esperienza, le giornate dovrebbero essere calde, gialle e azzurre e invece non lo sono. Sono lunghe certo - tra fine maggio e inizio luglio il sole tramonta poco prima della 11 di sera - ma decisamente non luminose.

Almeno gli inverni non sono un problema. Anzi, sono meno freddi della mia zona d’origine. 

Questo perché l’Inghilterra non ha temperature “estreme”: in inverno non fa mai troppo freddo ed in estate non fa mai troppo caldo. È sempre tutto mite, medio. 

 

Ho persino comprato una lampada per la SAD Therapy, una specie di tablet tutto bianco, oggetto disprezzabile, che dovrebbe riprodurre la luce del sole. 25 sterline. Non spese benissimo, mi verrebbe da dire.

 

Non vorrei però essere frainteso. Ovviamente vivere nel Regno Unito (stavolta tutta l’isola) ha anche molti vantaggi. Innanzitutto i paesaggi di campagna. La campagna inglese è meravigliosa. Soprattutto nella zona in cui vivo, lo Yorkshire. Un giro nello Yorkshire è un giro nell’Inghilterra più vera e autentica, nella campagna inglese così ben rappresentata dalla narrativa romantica (Jane Austen, George Byron, le sorelle Brontë). Dove, se si decidesse di dipingere un dipinto, bisognerebbe procurarsi una buona scorta di verde e di sfumature di verde. E dove, il suddetto paesaggio dipinto potrebbe benissimo passare per una fotografia, poiché il paesaggio stesso sembra - rischio di cadere nel cliché - un quadro. Avete presente quando Mary Poppins salta dentro il quadro del suo amico spazzacamino? Non è molto lontano dai magnifici colori che vedo ogni volta che si va in giro per la campagna.

Per non parlare del mare. La costa est, all’altezza di Whitby (dove Bram Stoker fece sbarcare il suo Conte Dracula in arrivo dalla Transilvania) vede un mare di un blu profondo, carico, potente, implacabile. Freddo certo, ma qualcosa che vale la pena vedere una volta nella vita.

 

Poi certo, la burocrazia funziona, c’è lavoro, il costo della vita è più alto ma gli stipendi sono proporzionati, dove si fermano i camionisti vuol dire che si mangia bene e quando si ha sete non c’è niente di meglio di un bel bicchiere d’acqua.

 

Però sì, a volte mi viene da pensare che tutte queste bellezze e comodità non valgono l’assenza dell’estate e che forse dovrei tornare in Italia. Ma poi penso al perché decisi di lasciare il mio paese e, in fin dei conti, per adesso stiamo bene dove siamo. Chissà che un giorno però, non decideremo di cercare il nostro “place in the sun” (non per niente c’è un programma televisivo che si chiama proprio così, dove coppie di pensionati inglesi cercano casa in un paese caldo e soleggiato. Per chi fosse interessato all’equivalente di “Un posto al sole”, la soap, credo che il programma chiamato “Eastenders” possa fare al caso vostro).

 

Dato che non è educazione finire un testo con una parentesi, concludo ringraziando chi ha deciso di leggere questo breve sfogo. Sono sicuro che ci sono altre persone come me, sperdute in paesi nordici. Un saluto particolare a voi, come vedete, non siete soli.

 

Jacopo Colombi