“Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità”
- Epicuro -

 

La felicità: un concetto “familiare e sconosciuto”

Uno dei temi da sempre dibattuti e su cui i più grandi pensatori si sono interrogati è quello della felicità. L'etimologia fa derivare la parola felicità dal latino "felicitas", la cui radice "fe" significa abbondanza, ricchezza, prosperità. Se ci chiedessimo quanto conta per noi la felicità, valuteremmo immediatamente che la felicità ha un peso importante nella nostra vita e che di certo nessuno potrebbe pensare che sia una questione inutile o irrilevante. Se provassimo a chiederci in che cosa consiste la felicità, le risposte sarebbero varie, sia perché la felicità non è sempre la stessa, sia perché persone diverse associano la felicità ad attività differenti.

 

Cos’è davvero la felicità?

Ognuno sa cosa significhi felicità o a cosa si faccia riferimento parlando di felicità ma nessuno è in grado di definirla precisamente. Sappiamo che l'attesa di un evento desiderato è il momento di massima felicità e che (a volte) l'evento stesso comporta un'ingiustificata delusione, o che in altre occasioni la felicità viene dopo, quando magari contempliamo un lavoro finito. D'altra parte c'è chi coglie la felicità nella quotidianità, proprio quando non fa nulla per conquistarla. La felicità è un momento, probabilmente il momento del superamento di una particolare difficoltà; di fronte al superamento di un problema ciò che proviamo è uno stato di leggerezza, di euforia, qualcosa riconducibile al concetto di felicità. Ma, se non avessimo avuto quell’imprevisto, quel problema da risolvere, quell’infelicità, avremmo provato lo stesso quello stato di benessere? La felicità sarebbe tale se non sperimentassimo l’infelicità? Quali sono quindi davvero le caratteristiche della felicità? La felicità richiede un oggetto, l'esistenza di qualcosa nel mondo che ci rende felici: una persona, una cosa, una speranza o anche un'idea. A grandi linee potremmo evidenziare due connotazioni di ciò che comunemente definiamo come felicità: la felicità intesa come assenza di imprevisti, di ansie, di preoccupazioni e problemi, “sono felice perché non ho preoccupazioni”, “sto bene e sono felice perché non mi manca nulla di ciò che desidero”; la felicità come superamento dei problemi, delle ansie, delle preoccupazioni che ne derivano “sono felice di aver trovato un lavoro che mi permette di essere economicamente indipendente”, “sono felice perché ho superato un problema di salute”.

Lottare contro i disagi e le difficoltà, superare i momenti di “stallo”, le minacce e le paure della vita costituisce una strada per la felicità. In questa riflessione non risulta utile cercare un nesso necessario tra un “certo stato” e il sentimento di felicità. Non abbiamo nessuna certezza di quanto un evento possa essere oggettivamente fonte di felicità o forse, non riusciremo facilmente a tracciarne un profilo generalizzabile. Questo perché il sentimento che proviamo di fronte ad un evento è fondamentalmente soggettivo.

 

La felicità come “scelta”

La società crea tutti gli immaginari, le possibilità e le condizioni per essere felici o infelici. Ci sono, però, due fattori che non possiamo sottovalutare e sono il destino, la cosiddetta sorte, e la tenacia di perseguire o conquistare la felicità, cioè il carattere. Cosa possiamo fare di fronte a queste due possibilità di connessione tra destino e carattere. Potremmo augurarci e attendere che la vita sia buona con noi, che ci escluda le preoccupazioni e i problemi, che ci ponga il meno possibile di fronte ad imprevisti, ma è qualcosa che sempre meno si riscontra nella velocità delle nostre “vite moderne” piene di molteplici possibilità lavorative, di scelte di vita, di continui adattamenti. Potremmo, invece, soffermarci su ciò che mettiamo in campo quando facciamo fronte a qualcosa di inatteso, per quanto spiacevole esso possa essere. Dove troviamo quelle risorse? Come fronteggiamo l’imminente difficoltà? Credo che la spinta a muoverci, a percorrere strade finora inesplorate, sia un tentativo audace e tenace di continuare a cercare la felicità, soprattutto di fronte alle avversità; oltre la sorte, continuare a scegliere di fare qualcosa per se stessi e forse anche per gli altri. La felicità, infatti, non può essere un fatto puramente individuale, non c'è felicità che non risulti un po' diminuita dal fatto di non poterla condividere.

È dunque l'uomo in grado di organizzare la propria condotta di vita, i propri comportamenti, in modo tale da procurarsi la felicità? Costruire in vista della felicità comporta speranza nei progetti umani e fiducia nelle realizzazioni personali, di contro all’impasse e alla sfiducia dell’inatteso. Bisogna aver sentito una mancanza, per cercare la presenza; sofferto la distruzione, per aver voglia di costruire. Ed è proprio allora che ci si sente di nuovo impegnati, che si riprende la navigazione, alla scoperta delle nostre isole felici, sapendo che il viaggio può durare una vita.

 

Nadia Varone
Psicologa e Psicoterapeuta