Premessa doverosa: a quanto pare, quelli bravi fanno le recensioni senza spoiler. Un lusso che, inutile dirvi se avete già letto qualche mio pezzo, non mi sono mai concesso finora. Quando all’interno della redazione di CTE abbiamo deciso che poteva essere “ganzo” – come si dice dalle mie parti – occuparsi della serie Netflix di Cattelan, mi è stato dolcemente fatto notare che Giusti bravo eh, le tue recensioni spaccano…però però, c’è un però…te ci metti gli spoiler!!!. Ai miei tempi – la vecchiaia incombe – si leggevano le recensioni per approfondire i significati di un’opera già vista, nella speranza di coglierne delle sfumature a cui non avevamo fatto caso, o per capire meglio il finale di un film conclusosi in maniera ambigua. Ora invece le recensioni si leggono per prepararsi alla visione o lettura, anche per capire se può valerne la pena, di spenderci tempo e attenzione. E dunque mi sono ripromesso di fare così: vediamo se riesco a stimolare il vostro interesse. Se poi mi viene male, la colpa non è mia. “Sapevatelo”



 Come si fa ad essere felici? 

 

Per iniziare direi che la domanda è sì semplice, ma anche molto potente: «Come si fa ad essere felici?». Cattelan ci offre il suo personale viaggio, accompagnato da alcuni compagni di avventura tra cui Roberto Baggio, Paolo Sorrentino, Gianluca Vialli, Francesco “Nongio” Mandelli e Elio di EELST, in cui cerca di rispondere a questo interrogativo postogli dalla figlia maggiore (una di quelle domande a cui ogni genitore è, per l’appunto, felice di dover dare una risposta :D). 

La domanda inevitabilmente spiazza. Come può una domanda così semplice lasciare così confusi e senza parole? Esiste una ricetta per la felicità? Ecco, uno dei meriti di questa serie è proprio quello di non dare una risposta preconfezionata, valida per tutti, sempre in ogni epoca. Se è vero che ciascuno di noi si è posto questo interrogativo almeno una volta nella vita, è altrettanto vero che non tutte le risposte sono uguali. Ognuno in base a chi è, alla sua storia, alle sue esperienze, cerca di trovare il suo personale equilibrio, che può cambiare anche a seconda del momento di vita: ciò che mi rendeva felice a 15 anni, non è detto sia lo stesso che a 35. Ognuno cerca il suo personale rifugio di appagamento dentro di sé, e lo fa con gli strumenti e i mezzi che ha a disposizione, ed è proprio questa prospettiva ad emergere con leggerezza e limpidezza: che ciascuno dei compagni di viaggio di Cattelan gli offre il proprio personale angolo di osservazione su cosa significhi, per lui o lei, essere felice. Quale è il percorso che hanno fatto, quali ostacoli, quali spunti o idee li hanno suggestionati nel corso della loro storia per costruirsi la propria felicità. Da ciascuno dei partecipanti alla miniserie, gli spettatori e le spettatrici potranno trovare moltissimi stimoli e punti su cui riflettere. 

 

Si può ad esempio osservare che le strade che si possono percorrere sono davvero le più disparate e variabili: chi lo fa attraverso la ricerca del brivido, chi cercando di affrontare i propri fantasmi e paure, chi recuperando ricordi della propria infanzia, chi sperimentandosi in qualcosa di nuovo, chi confrontandosi con limitazioni anche autoimposte, chi attraversando il dolore sia emotivo che fisico. Emerge, attraverso il dipanarsi delle puntate, un quadro molto ricco di sfumature e punti di vista. 



 “Non ti bagnerai mai due volte nello stesso fiume”: che significa? 

 

Una considerazione che ho tratto dalla visione di questa serie è che non esiste necessariamente una attività che, fatta quella, sappiamo per certo ci renderà felici: non siamo automi. E anche se fosse, quella felicità non sarà sempre uguale a quella precedente. Non ti bagnerai mai due volte nello stesso fiume, diceva non a caso Eraclito. La ricerca della felicità è fatta di pezzi, da aggiungere di volta in volta, che messi insieme vanno a comporre un quadro più grande. Un quadro che non per forza sappiamo in anticipo che aspetto avrà. Quali che siano i propri pezzi, gli strumenti che abbiamo a disposizione per dipingerli, i colori e le forme che vogliamo rappresentare, è responsabilità di ciascuno di noi cercare di capirlo, e avere poi il coraggio di coltivarli. La felicità, vista in questa ottica, assomiglia più ad un “effetto collaterale” del dipingere la nostra tela, che al contenuto della tela stessa. È uno dei risultati del nostro agire. La felicità, parafrasando un detto famoso, è quella cosa che ti accade mentre fai altro. Ma non accade per caso.



 La spontaneità è davvero la chiave? 

 

Un’altra delle riflessioni che mi ha stimolato questa serie riguarda il concetto che la felicità è un qualcosa che avviene, appunto, tutt’altro che in maniera “naturale” e “spontanea”. Accade di frequente di imbattersi in nell’idea apparentemente “di buon senso”, o appartenente al cosiddetto “senso comune”, per cui “devi fare quello che ti senti” oppure che “le cose devono venire naturalmente”, altrimenti non vanno bene. Questa serie si scontra con questa retorica della spontaneità e fa emergere a mio avviso un’altra idea, per me più interessante: e cioè che la felicità, come per altri aspetti della nostra vita, è un qualcosa di cui bisogna prendersi cura. Bisogna porvi attenzione, notarla, coltivarla. Non è un qualcosa che accade senza motivo, calata dall’alto, ma è incastonata dentro la nostra storia personale. Bisogna voler bene alla propria felicità, e dimostrarglielo. A volte quando un qualcosa che proviamo - una sensazione, un’emozione - abbiamo l’impressione che ci accada spontaneamente o in maniera naturale, è perché ne abbiamo poca consapevolezza (senza per questo negare che quella immediatezza che sperimentiamo nel viverla sia piacevole): perché cioè la conosciamo poco e ne abbiamo poca dimestichezza. L’invito può essere dunque quello di farne più pratica, di esplorarla ancora di più, di scoprirla in ogni sua parte, e in un certo senso di fidarsi di quelle sensazioni, per poi svilupparle e arricchirle di tante sfumature che magari all’inizio non c’erano. 

 

Credo infine che se questa serie vi stimolerà più domande che risposte, come lo stesso Cattelan ha in alcune interviste suggerito, allora avrà raggiunto il suo obiettivo.

 

Buona visione!

 

Stefano Giusti
Psicologo e Psicoterapeuta

 

P.S. Durante la scrittura di questo articolo non è stata maltrattata nessuna anatra di legno…

 

P.P.S. La felicità può essere anche una ruota che gira, soprattutto se è….“della fortuna”!