Per molti expat, in veste di genitori o nella previsione di esserlo, questa è una domanda che si rivela particolarmente importante. È una riflessione di ampia portata, perché coinvolge il futuro di persone care, i figli, ma anche se stessi nel modo di pensarsi come genitori.

 

Per molte persone, la propria esperienza in un Paese straniero rappresenta un particolare punto di proiezione sul panorama familiare. Ciò che viene vissuto all'estero, in termini di differenze socio-culturali, di esperienze gradevoli o scomode, ha un'influenza rilevante su come immaginano il futuro dei propri figli. “Per come lo sto conoscendo, questo Paese, cosa potrebbe offrire ai miei figli? In che modo questa cultura si incontra o si scontra con l'educazione che ho sempre pensato per loro?”. Sono domande che gli expat si pongono frequentemente.

 

Nell'educare i figli, o nell'immaginare come farlo, si fa talvolta riferimento ad un “modello italiano” che racchiude in sé aspetti culturali e relazionali. Le consuetudini, i costumi, i modi di stare insieme più tradizionali, ci appartengono anche senza che ne siamo del tutto consapevoli e ci guidano nello scegliere cosa privilegiare o cosa evitare, e quindi anche cosa immaginiamo per l'educazione dei figli. Per qualcuno c'è un vero e proprio modello di riferimento da poter adottare che, per come raccontato, è legato alla familiarità, alla convivialità, che richiama l'idea di vicinanza, continuità e longevità nei rapporti.

 

“Non vorrei che i miei figli si perdessero quello che ho potuto vivere io” o, viceversa, “spererei che i miei figli vivessero qualcosa di diverso da me”. Sposare un modello educativo idealmente legato ad una cultura, così come prenderne le distanze, ha talvolta il significato di garantire o, al contrario, evitare la replica di esperienze personali che i genitori, o aspiranti tali, hanno vissuto nella propria infanzia e adolescenza o magari proprio nel trasferimento all'estero da adulti.

Riferimenti di questo tipo si snodano attraverso ricordi personali, sensazioni nitide e facilmente recuperabili, talvolta così importanti da non poter essere trascurate nell'idea di genitore che ci si sta costruendo.

 

In un certo senso, si può essere genitori anche prima di diventarlo: nel proprio immaginario, nel modo in cui si pensa di interpretare quel ruolo. Anche prima di utilizzare i propri “modelli educativi ideali”, è frequente porsi molte domande sul futuro, ad esempio: “In che modo la scelta del luogo in cui vivere si riflette sull'idea di genitore che ho sempre immaginato per me?”. Per qualcuno è difficile pensare di rinunciare a dei riferimenti, seppur ideali, stabili e costruiti nel tempo. Avere dei punti fermi ancor prima di vestire i panni del genitore, infatti, può essere rassicurante e può essere percepita come una base su cui costruire il resto.

 

 

     • La costruzione del proprio modo di essere genitori è qualcosa di complesso e ricco di riflessi personali. Si può pertanto concedersi di non avere certezze al riguardo. Si può pensare, per esempio,  di divenire genitori, di essere in continua evoluzione rispetto al punto di partenza. Questo consente di lasciarsi la libertà di provare e rivedere le proprie scelte, di non conoscerne gli esiti prima del previsto.

     • Possiamo pensare che, per quanto la cultura di provenienza possa facilitare alcuni approcci relazionali ed educativi, questi non siano rigidamente legati ad essa. Anziché chiedersi se metterli in gioco o meno, ci si può soffermare su come sia più sensato farlo, su come si possano incontrare più armonicamente con la cultura in cui ci siamo inseriti.

 

     • Il modo di essere genitori non si sceglie da soli, ci sono i figli con le proprie inclinazioni, con le loro traiettorie evolutive talvolta non facilmente prevedibili, e l'approccio educativo che si adotta non prescinde da questo. Pensare alla genitorialità come ad un cammino in cui ci si avventura insieme e ci si accompagna vicendevolmente, ci offre una panoramica diversa, in cui tutto ciò che si fa come genitore prende forma con i propri figli.

 

     • Alla luce di questo, il proprio bagaglio culturale, ciò che ha a che fare con le proprie origini e radici, può essere considerato un baule pieno di esperienze da cui poter attingere e in cui i figli possono curiosare, provare e scegliere cosa indossare. Si può immaginare come una soffitta-deposito in cui insieme, in un gioco di proposte, controproposte, rivisitazioni e adattamenti, si può andare a recuperare qualcosa che ci piace o che ci interessa.

 

     • In che modo i propri figli vivranno le linee educative che si adottano e le consuetudini culturali che si promuovono, se queste si riveleranno divergenti rispetto al “clima relazionale” del Paese in cui crescono?

 

Rispetto a questo punto sono interessanti alcuni racconti di adulti che, in veste di figli, si sono trasferiti in altri paesi nel corso della loro crescita.

Alcuni, per esempio, ci forniscono un'incoraggiante immagine di come questa esperienza abbia aperto loro un ampio ventaglio di possibilità. Di come nel corso del tempo abbiano sentito di potersi avvicinare ad aspetti dell'una o dell'altra cultura, di poterli mettere in gioco quando ha avuto senso farlo, o di poterli mantenere in disparte perché in un certo momento non facevano per loro.

In fondo, potrebbe essere non molto diverso da come hanno fatto molti expat nel loro trasferimento da adulti.

 

Francesco Michelotti

Psicologo e Psicoterapeuta