Avete appena passato le ultime settimane davanti allo schermo indecisi se cliccare il biglietto verso casa o quello verso il resto del mondo?

Vi dibattete anche voi fra passare le vacanze raggiungendo casa e i vostri affetti o concedervi il viaggio verso una meta desiderata?

Credo che molti expat conoscano questa sensazione e vorrei condividere con voi una riflessione, visto che siamo prossimi ad uno dei periodi che più di altri propongono la questione: le festività natalizie. Momento che per credenti e non sa di famiglia, affetti e amicizie. Occasione, come per altri periodi, di ritrovare le proprie radici e la propria storia. Purtroppo, però, per alcuni significa anche scegliere fra questo e la possibilità di dedicarsi alla conoscenza del mondo, al relax in spiaggia o sulle piste innevate.

I motivi dell'indecisione sono diversi. Alcuni possono temere di sentirsi tagliati fuori, o non volersi perdere momenti significativi, o che in loro assenza accada qualcosa che non potranno mai recuperare nel tempo, oppure ancora, c'è chi immagina che questa scelta possa deludere chi li sta aspettando. 

Siete fra quest'ultimi? Siete fra quelli che faticano a cliccare il biglietto perché temono che la loro assenza faccia stare male qualcuno in Italia? Seguitemi nel mio viaggio e nel diagramma: proviamo a vedere se c'è un/a assistente di volo pronto/a ad indicarci delle “uscite d'emergenza”: 



Partendo dalla prima domanda: a volte siamo talmente convinti di come gli altri reagiranno, che non ci viene in mente o non ci viene spontaneo chiedere a questi altri come la prenderebbero effettivamente. Magari è perchè vorremmo che gli altri ci capissero senza aver bisogno di spiegarci, oppure al contrario perché pensiamo che gli altri tanto non capirebbero comunque, perdendoci però così la possibilità di farci sorprendere. Vi invito invece a considerare la comunicazione come una sorta di trattativa, in cui prendervi la possibilità di spiegare, di raccontare e farvi raccontare dagli altri il proprio punto di vista, magari discutere qualche volta, se necessario. Su questa scia, perchè allora non provare a spiegare a familiari o amici la vostra necessità di viaggiare, di relax, di tempo per la coppia o per voi stessi, tempo che la routine quotidiana non vi permette di avere, e che anche il tornare in Italia non permetterebbe…? Siamo sicuri non possano anche loro conoscere, o comunque comprendere, questi bisogni? 

Step successivo: lo avete detto, ne avete discusso, ma non è andata bene e sentite il peso della loro disapprovazione. E se considerassimo che, non ottenere l'approvazione delle nostre scelte, non apre necessariamente alla messa in discussione della relazione, come molte persone invece temono? D'altronde, visto che famiglia e amici ci tengono tanto a stare voi, non saranno disposti a mette in dubbio la relazione tanto facilmente! 

E poi, viviamo in un groviglio di relazioni, per cui pensare di ottenere l'approvazione sempre e comunque sarebbe illusorio, oltre che estremamente faticoso! E ancora, gli altri potranno magari non approvare questa vostra scelta, ma questo non significa che non approvino voi come persona.

Ancora non vi ho convinto? Beh, proviamo a salire su questo aereo....

Avete presente, fra le istruzioni che l'assistente di volo dà prima di partire, quella delle mascherine di ossigeno che scendono in caso di pericolo?

Le indicazioni dicono che un adulto la metta prima di un bambino, o di chi non è in grado di metterla autonomamente. Non so voi, ma è un’indicazione che mi creava un pò di disagio finché non ho compreso il senso più ampio. In quella situazione, prendersi cura dell'altro passa prima di tutto dal mettersi nelle condizioni migliori per poterlo fare. Cosi come, a volte, fuor di metafora, preoccuparsi dell'altro passa attraverso il preoccuparsi della relazione con lui\lei, anche chiedendoci come stiamo noi, perché nella relazione ci stiamo in due: c’è l'altro così come ci siamo noi. E "mettersi nelle condizioni migliori" significa considerare i bisogni dell'altro sì, ma anche i nostri.

Per concludere: 

Chi l'ha detto che non tornare in Italia questo Natale implichi non andare più? Anzi, forse non andare quest'anno comporterà andare più convintamente l'anno prossimo, con autentico desiderio.

E poi, se il nostro non andare creasse l'occasione per rivedere le tradizioni, per renderle qualcosa di più del ripetersi di una consuetudine data per scontata, facendola diventare, piuttosto, qualcosa che celebra lo stare insieme?

Infine, quanto potrà far stare bene tutti se siamo in un posto col corpo ma in un altro con la mente? Sarebbe come se andassimo a trovare qualcuno a casa, tenendo però un piede fra lo stipite e la porta! No?



Silvia Carattoni
Psicologa e Psicoterapeuta