Ebbene sì: anche io, attratto dal trend del momento, ho deciso di immergermi nella serie Netflix Strappare lungo i bordi, l’ultima opera di Zerocalcare. Devo dire che è stato il mio esordio con questo autore: in passato molti dei miei conoscenti mi avevano parlato dei suoi fumetti e mi era capitato di leggerne qualche estratto sui social. Nell’ultimo periodo, ancor prima di sapere dell’uscita della serie, mi ero promesso di cominciare, senza mai soffermarmi alla fine. Ragion per cui, quando ho visto la pubblicità su Netflix, mi sono detto, “Eccoti qua! Ti stavo aspettando - come dice Orietta Berti tra le strofe di un altro tormentone – è arrivato il momento di immergersi in questo mondo!”.

E mi è piaciuto. E mi ha fatto riflettere. E… se non avete visto la serie è meglio che non proseguiate con l’articolo: pericolo spoiler in agguato!
Per cui nelle prossime righe darò per scontato che il lettore l’abbia vista.
Sorry…la vita va anche così. Se però questo lettore ancora ignaro si metterà in pari, sarò ben felice di riaccoglierlo su questa pagina in futuro. Altrimenti se volete andare avanti lo stesso con la lettura…beh, vi avevo avvertito! Ma bando alle ciance, e cominciamo.

Non è stato difficile trovarci tanti spunti, dato il lavoro che faccio, in questa serie. Il senso di inadeguatezza che trapela – neanche tanto velatamente – dal protagonista mi ha fatto quasi tenerezza. Arrivi a fare il tifo per lui: Dai Calcare! Non schivare la vita! Puoi farcela!, ma lui niente. Si ostina a schivarla, a non coinvolgersi. Paura di sbagliare, di deludere gli altri, di ferirsi. È come se conducesse la sua vita rinchiuso in una specie di bolla esistenziale, metaforicamente parlando. Nella serie non mi pare si parli di bolla, ma è come io mi sono rappresentato il suo stato d’animo: la bolla è un modo di approcciarsi alla vita in cui ci si sente protetti e al tempo stesso distanti dagli altri, come se ci fosse uno schermo nel mezzo a parare i colpi e i contatti col mondo esterno.

È una roba comune, schivare la vita. Molto più comune di quanto si pensi: in tanti, bene o male, ci devono fare i conti prima o poi. Tipo il dilemma del porcospino. Quanto mi posso avvicinare agli altri prima di pungermi/pungerli? Non è un equilibrio facile da trovare. E non è una cosa che una volta trovata resta immobile come una montagna: è dinamica, cambia continuamente, è come un fiume o un ruscello di montagna. Perché siamo noi a cambiare. Cambiano i nostri bisogni, le nostre esigenze dentro a una relazione, e i bisogni di chi ci sta accanto. Si deve esser pronti a riadattarsi in ogni momento. Può essere una faticaccia, ma non abbiamo modi migliori per provare a sentirci visti e capiti da chi abbiamo vicino. Perché alla fine è di questo che si tratta: riconoscere e sentirsi riconosciuti, anche – e soprattutto - nelle nostre fragilità.

Ma torniamo alla serie e alla nostra metafora di prima. Dentro a una bolla tutto appare più ovattato, comprese le voci dei protagonisti, che infatti sono quasi tutte distorte o imitate da Calcare, fino a quasi il termine della storia. Non sono le voci autentiche dei suoi amici. È come se dentro la bolla fosse più difficile entrare in contatto con gli altri. Ci si immerge dentro una visione precisa di come vanno le cose: ad eccezione dell’ultimo episodio infatti, Calcare si sente solo nel non riuscire a ritagliare perfettamente i “bordi” della sua vita, a sentirsi indietro rispetto a tutti gli altri, e orienta il racconto della sua vicenda sulla base di questo vissuto. Alla fine Calcare avrà però modo di ricredersi, e di rendersi conto che ognuno di chi gli sta vicino sta lottando per avere il suo posto nel mondo, esattamente come lui. 

A mio parere, una lettura che si potrebbe dare a questo racconto è quella della storia di un uomo che cerca di uscire dalla sua bolla di inadeguatezza. E a giudicare dal finale sembra che una porta sia riuscita ad aprirla, grazie all’aiuto del fido Armadillo e di Sarah, la cui frase più significativa Siamo fili d’erba! è veramente un toccasana. Gli ricorda che non deve sopportare tutto il peso del mondo, che non tutto ciò che di negativo accade – compresa la perdita di Alice -  è colpa sua. Che a volte tendiamo ad attribuirci troppo potere rispetto a quanto in realtà ne abbiamo, che il mondo è pieno di variabili che non conosciamo e di cui non abbiamo pieno controllo, anche se a volte abbiamo l’impressione di sì. E che forse vale la pena lo stesso agire per quanto è in nostro potere fare, nonostante sia limitato. Perché lo stiamo facendo per il nostro bene. Dal canto suo invece l’Armadillo fa un’operazione degna di uno psicoterapeuta provetto, quando invita Calcare, mentre si trova nel bagno del treno che lo porta verso Biella, a prendere coscienza del perché si stesse concentrando ossessivamente sull’aria condizionata: per non pensare ad altro, per non pensare ad Alice. Questa mossa è stata un vero punto di svolta nella consapevolezza di Calcare.

Ciò che mi ha lasciato questa serie, tra le altre cose, è anche l’impressione che sia possibile provare a “non schivare” più la vita, ad aprirsi degli spiragli attraverso la propria bolla, entrando in contatto con gli altri ed il mondo, anche negli aspetti più difficili. Esattamente come riesce a fare Calcare, nel permettersi di vivere il dolore. E non è poco

 

Stefano Giusti
Psicologo